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Il mito del ‘packaging green’: la vera Sostenibilità di un e-commerce si nasconde nei resi

logistica resi impatto ambientale

Nel mondo dell’e-commerce la sostenibilità è un tema sempre più centrale, spesso associato alla scelta di materiali eco-friendly per il packaging, all’utilizzo di imballaggi riciclabili o compostabili, e alla riduzione visibile di plastica e schiuma. Tuttavia, dietro queste scelte apparentemente virtuose si cela un altro elemento molto meno celebrato ma tutt’altro che marginale: la logistica dei resi, ovvero la gestione inversa dei prodotti che tornano al mittente o al magazzino. Troppo spesso l’attenzione si concentra unicamente su quanti materiali vengono utilizzati nell’imballaggio, ma non su quanti viaggi extra vengono generati, su quanta energia serve per gestire i ritorni, su quanto scarto reale si produce quando un prodotto non può più essere rivenduto. È questo aspetto, la cosiddetta logistica inversa o reverse logistics, che può far vacillare le strategie ambientali più appariscenti. In questo articolo si esplorerà come il tema della logistica resi e impatto ambientale assuma un ruolo fondamentale nella sostenibilità complessiva di un e-commerce, andando al di là del semplice mito del “packaging green”.

Il “Packaging Green”: un focus incompleto sulla sostenibilità e-commerce

Il concetto di “packaging green” ha acquisito una forte risonanza nel commercio online: imballaggi minimalisti, materiali riciclati, imballi compostabili oppure riutilizzabili sono ormai visti come segno distintivo di un brand responsabile.

Certamente queste scelte hanno un valore concreto: riducono la quantità di materiale vergine impiegata, favoriscono il riciclo e migliorano la percezione del consumatore. Tuttavia questa visione rischia di essere incompleta, perché considera solo una dimensione della catena di valore, ovvero quella del “verso il cliente” (forward logistics), mentre trascura la direzione opposta, quella dei ritorni. In altri termini: una confezione ecologica è un passo nella giusta direzione, ma se poi il prodotto torna al mittente due volte, tre volte, o non viene rivenduto e finisce in discarica, l’impatto complessivo può essere significativamente maggiore.

Inoltre, il packaging sostenibile diventa spesso un argomento marketing, visibile e comunicabile, mentre la logistica dei resi è nascosta, meno visibile, meno “vendibile”. Eppure è proprio lì che si annidano molte delle criticità ambientali: trasporti aggiuntivi, gestione del magazzino per i resi, processi di smistamento, restocking, ricondizionamento o smaltimento. Se l’obiettivo è davvero ridurre l’impatto ambientale di un e-commerce, non basta parlare di carta riciclata o plastica compostabile: occorre considerare l’intero ciclo, inclusa la gestione dei resi e il concetto di economia circolare.

L’impatto della Logistica Inversa

La logistica inversa (reverse logistics) è quel complesso di processi che gestisce i prodotti che tornano dal cliente verso il commerciante, il distributore o il produttore: resi, restituzioni, ricondizionamenti, smaltimento.

Essa può diventare un pilastro della sostenibilità, ma può anche rappresentare un fardello ambientale, se non progettata correttamente. Secondo alcune ricerche, i resi nel solo settore e-commerce generano tonnellate di rifiuti e decine di milioni di tonnellate di CO₂.

L’impatto ambientale si manifesta in vari modi: viaggi di trasporto non pianificati, energia e risorse impiegate per stoccare articoli restituiti, imballaggi aggiuntivi per il ritorno e la possibilità che prodotti perfettamente integri ma non più vendibili finiscano accantonati o smaltiti.

Da un lato si può sostenere che una logistica inversa ben gestita è un’opportunità di economia circolare: prodotti riparati, ricondizionati, rivenduti o riciclati estendono la loro vita utile, riducendo la necessità di produrre da zero. Dall’altro lato, se non efficiente, la logistica dei resi può moltiplicare l’impronta ambientale dell’intero processo e-commerce, rendendo velleitario l’impatto “green” del solo packaging.

logistica resi impatto ambientale di un e-commerce

5 modi in cui la Reverse Logistics può essere più dannosa per l’ambiente del packaging

Quando si parla di sostenibilità negli e-commerce, si pensa subito a imballaggi riciclabili e materiali green. Eppure, l’impatto ambientale più pesante può nascondersi altrove: nella gestione dei resi. La logistica inversa, se non ottimizzata, può generare effetti ben più dannosi del packaging stesso. Ecco cinque aspetti spesso sottovalutati che lo dimostrano.

1. Trasporti multipli e inquinamento

Quando un prodotto viene spedito al cliente, viene generato un impatto. Se viene restituito, arriva il momento del viaggio inverso: un autista, un camion, carburante, emissioni di CO₂ in più.

Moltiplichiamo questo per il volume dei resi: uno studio ha stimato che i resi dell’e-commerce negli Stati Uniti generano oltre 15 milioni di tonnellate di CO₂ ogni anno. Il “packaging green” non compensa questi viaggi extra.

Se un prodotto viaggia andata e ritorno, l’impatto del solo trasporto può superare quello dell’imballaggio. Inoltre, spesso gli imballaggi originali non sono adeguati per il ritorno, si richiedono confezioni di restituzione, imballaggi protettivi aggiuntivi e nuovi trasporti, generando un accumulo di “miglia” e “tonnellate-km” che l’ottimizzazione del packaging non tiene in considerazione.

2. Sprechi di imballaggio

Nel caso della logistica inversa, l’imballaggio originale può arrivare danneggiato, il cliente può non riconfezionare correttamente, il venditore deve predisporre nuovi imballaggi per la restituzione o per reinserire il prodotto in magazzino.

Ciò genera ulteriore materiale di imballaggio, spesso plastica, film protettivi, sacchetti, etichette di reso. Anche se il packaging d’origine era “green”, questo secondo ciclo non previsto si traduce in un ulteriore consumo di materiali e risorse. Il risultato è che l’impatto dell’imballaggio di ritorno talvolta è superiore a quello dell’originale, rendendo inefficace l’investimento fatto in packaging sostenibile.

3. Smaltimento di prodotti integri ma non più vendibili

Un’altra conseguenza poco nota è che molti resi non possono essere rimessi in vendita come nuovi, magari per ragioni di logistica (imballaggio aperto, etichettatura, stock), oppure per motivi di tempo (stagionalità) o economia (non conviene riproporli).

Questo significa che prodotti perfettamente funzionanti finiscono per essere smaltiti, riciclati in parte oppure buttati. Studi indicano che nei processi di logistica inversa una percentuale significativa di articoli restituiti viene destinata alla discarica o all’incenerimento. Il packaging “eco” resta così solo una facciata, mentre l’impatto reale continua sotto la superficie.

4. Consumo energetico per la gestione dei resi

La logistica dei resi richiede processi: raccolta, trasporto, ispezione, smistamento, eventuale ricondizionamento, restituzione in magazzino o smaltimento.

Ciascuna di queste fasi consuma energia (magazzini, illuminazione, sistemi IT, trasporti). Un e-commerce che gestisce grandi volumi di resi deve predisporre infrastrutture ad hoc (e l’energia utilizzata per queste attività non è banale). Secondo ricerche sul supply chain inverso, la componente energetica e l’emissione di carbonio legata al trasporto di ritorno sono significative. Questo significa che la sostenibilità non è solo questione di materiali ma anche di processi, che vanno ottimizzati per ridurre il consumo energetico legato ai resi.

5. Impatto economico e reputazionale per il business che non ottimizza i resi

Infine, va considerato l’impatto economico e reputazionale. Un’azienda che comunica packaging green ma non affronta il tema dei resi rischia di incorrere in incoerenze nella catena logistica e nel brand promise.

Una cattiva gestione dei resi comporta costi nascosti, merci accumulate, perdita di valore, sprechi, e un’immagine aziendale che può essere percepita come non autenticamente sostenibile. Il risultato è che il mito del “packaging green” può generare un senso di falsa tranquillità e ritardare interventi più profondi sulla logistica inversa.

logistica resi impatto ambientale come fare per essere davvero green

Il percorso “oscuro” di un reso e-commerce: le fasi e le criticità

Quando un cliente richiede un reso, il percorso dell’oggetto comincia a cambiare direzione: dal punto vendita o dal magazzino verso l’utente e poi dal cliente verso il ritorno, passando per centri di smistamento, valutazione, eventuale ricondizionamento, reinserimento o smaltimento.

Le fasi principali comprendono: autorizzazione del reso, imballaggio (talvolta da parte del cliente), spedizione di ritorno, ricezione nel magazzino, controllo qualità, decisione se reinserire, riparare, ricondizionare o smaltire.

In ciascuna di queste fasi si nascondono criticità ambientali. La spedizione di ritorno è spesso meno efficiente del percorso di consegna, i mezzi utilizzati non sempre sono saturi, la pianificazione è più complessa. Il controllo qualità richiede spazio, energia, risorse. Le scorte di resi in attesa possono occupare magazzino, generare immobilizzo di capitale e richiedere condizioni ambientali (illuminazione, riscaldamento/raffrescamento).

In alcuni casi la decisione di smaltimento arriva perché non è economicamente conveniente reinserire il prodotto: si genera quindi un rifiuto che implica ulteriore impatto. Questo percorso “oscuro” è spesso ignorato dai brand che concentrano le proprie campagne sull’imballaggio “verde” e sulle consegne “carbon neutral”, ma non considerano la vera origine delle emissioni: i resi. Il risultato è una sostenibilità parziale e potenzialmente ingannevole.

Come le PMI possono rendere la logistica dei resi più sostenibile

Le piccole e medie imprese (PMI) che operano nel commercio online possono affrontare la logistica dei resi con un approccio strategico. Innanzitutto va adottata una politica di reso chiara e trasparente che contempli anche criteri ambientali: ad esempio incentivare il cambio piuttosto che il reso completo, proporre voucher invece di restituzioni fisiche, stimolare la riduzione dei resi con informazioni dettagliate sul prodotto (taglia, misura, materiali) per evitarli in primo luogo.

Occorre poi mappare l’intero processo di reso e raccogliere dati: quanti resi arrivano, perché vengono restituiti, dove finiscono, qual è l’impronta energetica associata. Una volta acquisita questa conoscenza si possono introdurre misure concrete: consolidare i resi, ottimizzare i trasporti di ritorno, utilizzare vettori “green” o soluzioni di raccolta locale, ridurre l’imballaggio per la restituzione, prevedere imballaggi riutilizzabili per il reso.

Spesso è utile collaborare con partner logistici specializzati nella logistica inversa o con soluzioni di ricondizionamento. Infine, è importante comunicare in modo trasparente queste pratiche ai clienti: non basta dire che il packaging è “verde”, ma mostrare come anche i resi sono gestiti in modo responsabile. Questo rafforza la credibilità del brand e trasmette il valore reale della sostenibilità, ben oltre l’aspetto visivo dell’imballaggio.

Il focus esclusivo su packaging sostenibile rischia di tratteggiare soltanto una parte del quadro: la vera sostenibilità di un e-commerce si nasconde spesso nei resi, nella logistica inversa, nei processi meno visibili ma altrettanto, se non più, impattanti.

Quando una spedizione torna, l’impronta ambientale può crescere esponenzialmente: trasporti aggiuntivi, imballaggi supplementari, energia per gestione, rischio di smaltimento. Per essere autenticamente sostenibili, le aziende dell’e-commerce devono guardare oltre la confezione, includere la gestione dei resi nel proprio sistema logistico, ottimizzare la logistica inversa e comunicare con trasparenza queste azioni.

Solo così il “mito del packaging green” può trasformarsi in una strategia davvero efficace di riduzione dell’impatto ambientale, allineata con un modello di economia circolare e non solo con un’operazione di marketing. In definitiva, la logistica dei resi non è un costo da nascondere, ma una leva strategica per la sostenibilità e la credibilità di un e-commerce.

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