Come lo streaming (e il digitale) sta salvando l’industria musicale

Nel 2017, secondo l’IFPI, il mercato della musica ha registrato un fatturato di 17,3 miliardi di dollari, +8,1% rispetto all’anno precedente, di cui il 41,1% proveniente dallo streaming

Quando si parla di digital transformation, o meglio ancora di business transformation, l’evoluzione più rapida a cui si pensa è quella avvenuta nel settore del turismo. A essere colpite sono state in particolar modo le agenzie di viaggio che da punto di riferimento per turisti e viaggiatori sono diventati dei luoghi semi deserti frequentati per lo più da grosse balle di fieno rotolanti. I vecchi clienti sono ovviamente finiti online e le cose sono iniziate a cambiare solo quando quelle poche agenzie sopravvissute hanno deciso di conferire una nuova dimensione al concetto stesso di vendita del viaggio, offrendo agli utenti dei servizi non accessibili da internet.
Questa trasformazione ha colto poco a poco tutti quei settori che al centro del proprio core business avevano il rapporto con il cliente mediato esclusivamente da una rappresentanza fisica, che sia un negozio, una filiale di banca o l’ufficio di un’agenzia assicurativa. Il motivo è semplice: l’esperienza online sta gradualmente sostituendo l’esperienza offline. Per uscire vivi da questo cambiamento c’è solo un modo, che è lo stesso adottato dalle agenzie di viaggio, ovvero, rivisitare l’esperienza offline proponendo un’esperienza fisica che sia “consulenziale” e quindi unica per il cliente. Senza tralasciare ovviamente tutta la parte sulla strategia omnicanale di cui non si fa che parlare da anni.

Non tutte le industrie sono uguali

Questa lunga premessa è però valida solo per alcuni settori. In altri campi l’arrivo del digitale ha stravolto non solo il percorso di acquisto tradizionale ma anche il formato stesso del prodotto venduto. È il caso emblematico dell’industria cinematografica ma anche soprattutto di quella musicale. Nel mercato della musica l’innovazione tecnologica ha rivoluzionato il rapporto tra ascoltatore e prodotto: se prima si poteva ascoltare un disco solo in certi luoghi, oggi mp3 e servizi di streaming permettono di ascoltare musica ovunque, che sia in vetta al Monte Everest o in mezzo a stalattiti e stalagmiti dentro le grotte di Castellana.
Questo cambiamento ha significato molti anni di crisi per l’industria che ha dovuto fare i conti con dischi non venduti e con la tanto temuta pirateria musicale. Da qualche anno gli operatori del settore hanno però capito come sfruttare a proprio vantaggio l’evoluzione in atto. Secondo l’edizione 2018 del Global Music Report presentato dall’International Federation of the Phonographic Industry’s (IFPI), il 2017 è stato il terzo anno consecutivo in cui il mercato della musica ha registrato una crescita positiva del suo fatturato – dato confrontato a partire dal 1997, anno in cui l’IFPI ha iniziato la sua attività di ricerca.

Quanto vale l’industria musicale (grazie allo streaming)

Nel 2017 il mercato globale della musica ha registrato un fatturato di 17,3 miliardi di dollari, +8,1% rispetto all’anno precedente. A supportare la crescita un solo servizio al comando: lo streaming. Questo ha contribuito da solo al 41,1% delle entrate totali dell’intero settore e rappresenta il 38,4% dei ricavi di chi registra musica, percentuale che ha compensato i risultati negativi ottenuti da altre voci nel corso del 2017, tra cui un -20,5% degli incassi provenienti dai download e un -5,4% di quelli provenienti dalla vendita di musica su supporto fisico. Tutto ciò dimostra come l’avvento del digitale abbia da una parte causato la crisi di un settore ma al tempo stesso abbia contribuito alla sua cura, affermazione che trova conferma in un risultato storico per l’industria musicale: il 54% degli incassi nel 2017 sono legati al digitale, un risultato raggiunto per la prima volta proprio durante lo scorso anno.

Possibili sviluppi

I numeri annunciati dall’IFPI sono numeri importantissimi per il mondo della musica, destinati a salire ancora e ancora – basti pensare che nonostante la crescita di questi ultimi 3 anni l’attuale fatturato rappresenta solo il 68,4% del picco totalizzato nel 1999. Questa ventata di aria fresca sta dando sempre più potere alle piattaforme streaming di Spotify, Deezer, Tidal, Pandora nonché ai vari servizi analoghi di Apple, Amazon e Google, dall’altro lato però sta concedendo respiro alle varie case discografiche che grazie ai continui investimenti sull’innovazione digitale hanno la possibilità di raggiungere sempre più ascoltatori in giro per il mondo. Non a caso il report dell’IFPI evidenzia come a crescere in questo 2017 siano stati soprattutto i mercati emergenti dell’America Latina (+17,7%), Asia (+5,4%) e Australasia (+5,4%).
Restano tuttavia alcuni dubbi su questa evoluzione che però non hanno niente a che vedere con l’utilità del digitale ma semplicemente con vecchi giochi tra aziende. La domanda che molti si stanno ponendo al momento è una sola: quanto ancora andrà avanti la collaborazione tra piattaforme di streaming, OTT, case discografiche e servizi di distribuzione? A un certo punto, infatti, lo Spotify di turno potrebbe decidere di diventare qualcosa di più rispetto a quanto stato fino ad oggi e allora la musica potrebbe cambiare di nuovo e forse ancora più radicalmente.