Privacy: dall’intrusione del wifi al sistema per intrufolarsi nell’internet delle cose

Dare una risposta ai tanti quesiti e alle giuste preoccupazioni sulla privacy delle persone, derivanti dall’adozione dei sistemi IoT, è importante, anche in una prospettiva di mercato di queste tecnologie in continua crescita.

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La rete Wifi, se non configurata correttamente, è potenzialmente vulnerabile a chiunque si trovi a portata di segnale. Per questo è importante proteggere il Wifi da utilizzi indesiderati. Oltre a coloro che tentano di usare il Wifi non protetto semplicemente per collegarsi ad internet, alcuni malintenzionati potrebbero introdursi nel tuo pc e violare la tua privacy. Il paradigma dell’Internet of Things (IoT) riguarda l’interconnessione, mediante Internet, di miliardi di oggetti intelligenti che ci circondano, ciascuno identificabile e indirizzabile univocamente, in grado di raccogliere, memorizzare, elaborare e comunicare informazioni relative ambiente circostante.

Siamo così abituati ad avere l’accesso a Internet quando e dove ne abbiamo bisogno che spesso non ci fermiamo a considerare se l’accesso a una rete pubblica oppure all’internet delle cose è sicura. Questo paradigma, che integra nella rete entità fisiche che fanno parte del mondo reale (es. telecamere, elettrodomestici, apparecchi per il monitoraggio dello stato di salute di una persona, ecc.), rappresenta dunque un’evoluzione di Internet e consente la realizzazione di molte nuove applicazioni e servizi (ad esempio, case e città “intelligenti”, trasporti più efficienti, razionalizzazione dei consumi energetici, monitoraggio dello stato di salute delle persone e delle cose, ecc.) in grado di migliorare la vita quotidiana delle persone e di contribuire anche a generare valore mediante la creazione di nuove imprese. 

Quindi, sebbene la prospettiva dell’adozione di sistemi IoT sia molto interessante e promettente, i rischi legati all’uso e sfruttamento indiscriminato dei Big Data sollevano anche molti interrogativi e concrete preoccupazioni (alcune delle quali veramente inquietanti) a riguardo di come, e da chi, questi enormi giacimenti di dati sono utilizzati. Una delle preoccupazioni più ricorrenti riguarda la tutela della privacy delle persone. Diversi scandali sono emersi in merito a questo argomento, come il caso di Cambridge Analytica. Per non parlare di strumenti sofisticati, in dotazione alle forze dell’ordine ma anche ai cybercriminali, come gli Imsi Catcher: macchine “acchiappa-sim” che consentono di localizzare e pedinare i telefonini presi di mira e di intercettare telefonate e sms.

L’obiettivo dell’internet delle cose è far sì che il mondo elettronico tracci una mappa di quello reale, dando un’identità elettronica alle cose e ai luoghi dell’ambiente fisico. Gli oggetti e i luoghi muniti di etichette di Identificazione a radio frequenza (Rfid) o Codici QR comunicano informazioni in rete o a dispositivi mobili come i telefoni cellulari. La enorme diffusione di tali dispositivi, che ad oggi sono presenti in un numero maggiore rispetto agli abitanti del nostro pianeta, ha indotto i più attenti osservatori a porsi delle domande circa il loro corretto impiego.

Se oggi sono i colossi della tecnologia a sviluppare strumenti che possono mettere a repentaglio la nostra privacy per venderli (o vendere i dati ottenuti) ad agenzie e forze dell’ordine, nei prossimi anni rischia di farsi strada la sorveglianza fai-da-te di comuni cittadini. Le perplessità hanno origine dalla constatazione che tali dispositivi hanno un impatto fortemente invasivo nella vita quotidiana degli utenti, riuscendo ad estrapolare una serie di dati (consumi, abitudini, ecc.) in grado di consentire alle aziende di ricostruire l’identikit degli utenti stessi. 

Uno studio, condotto da Yanzi Zhu, un ricercatore dell’Università della California, ha dimostrato come tutto questo sia già oggi possibile. Non ci sentiremmo al sicuro sapendo che chiunque può controllare i nostri movimenti all’interno dell’abitazione – o sapere se siamo presenti in casa – utilizzando un semplice smartphone e sfruttando le onde del nostro wifi per vedere i muri di casa. “Se gli umani fossero in grado di vedere il mondo come fa un wifi, si troverebbero di fronte un panorama bizzarro”, si legge sulla Mia Tech Review. “Le porte e i muri sarebbero praticamente trasparenti, e quasi ogni abitazione e ufficio sarebbe illuminato dall’interno da una lampadina particolarmente luminosa: il modem wi-fi”.

Zhu ha però progettato un’app apposita che si può installare su qualunque smartphone, dotarsi di uno sniffer (un programma in grado di catturare e analizzare i dati del wifi) ed essere in grado di leggere e interpretare i dati inviati dal modem. Ma questo è solo il primo passo: nulla impedisce di pensare che, nel giro di qualche tempo, possano venire progettati sistemi in grado di svolgere questo lavoro in autonomia, fornendo tutte le informazioni già tradotte e permettendo a chiunque (per esempio, a dei ladri) di sapere con precisione se ci troviamo in casa o se stiamo andando a dormire.

Come ci si difende da tutto questo? La protezione più efficace sembra essere quella di aggiungere rumore al segnale del nostro wifi, in modo da rendere incomprensibili i dati inviati. Ma si tratta di tecniche che, almeno per il momento, sono fuori dalla portata dei comuni cittadini. Lo studio condotto dall’Università della California serve più che altro da monito, utile per capire come anche i dispositivi a cui prestiamo meno attenzione possano facilmente trasformarsi in strumenti di sorveglianzaNe deriva che, di fatto, è possibile identificare le persone e profilarle a svariati livelli di dettaglio, con il serio rischio concreto di “sapere tutto su tutti” e, conseguentemente, aprire varchi nei confronti della privacy e delle libertà delle persone.