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Ready for AI workforce: come preparare il personale alla coesistenza con l’AI in azienda

AI workforce: un robot e un umano si toccano le punte degli indici

L’avvento dell’intelligenza artificiale sta modificando numerosi risvolti nelle nostre vite. Inevitabilmente, ridefinirà anche tante sfaccettature del concetto di lavoro. Numerose aziende, in previsione di questo prossimo futuro, si trovano a dover rispondere a una domanda chiave: siamo veramente pronti per una AI workforce? Non si tratta soltanto di una questione tecnica. Preparare i dipendenti alla convivenza con tecnologie intelligenti è anche un aspetto culturale e organizzativo. In che modo le PMI dovrebbero affrontare questo cambiamento? È possibile sviluppare nuove competenze e trasformare i timori in opportunità?

L’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro nelle PMI

Nelle piccole e medie imprese, l’introduzione dell’AI può sembrare una sfida complessa. È comprensibile, in fin dei conti si tratta di una tecnologia pervasiva e dal potenziale gigantesco. È però anche un’opportunità concreta per aumentare efficienza e competitività. Quando facciamo uso del termine AI workforce, preso in prestito dalla lingua inglese, non ci riferiamo alla creazione di una forza lavoro virtuale, che soppianti i lavoratori in carne e ossa. Parliamo semmai di una collaborazione sinergica tra intelligenza umana e artificiale. Nelle PMI, questa nuova frontiera può supportare l’automazione di processi ripetitivi, analizzare dati in tempo reale e migliorare l’esperienza del cliente.

Molte imprese stanno già implementando strumenti di AI per ottimizzare la supply chain, l’assistenza clienti e/o il marketing predittivo. Tuttavia, il successo dipende dalla capacità di integrare l’AI workforce nel tessuto aziendale preesistente e ben oliato. Il capitale umano rimane centrale. In questa fase, occorre però condurlo verso nuovi modelli di lavoro ibridi. L’intelligenza artificiale, con ogni probabilità, è qui per restare. È necessario saperla utilizzare al meglio.

Le sfide interne alla trasformazione AI-driven

Adottare un modello AI workforce va ben oltre l’installazione di un software. Le sfide maggiori sono interne. Pensiamo alla mancanza di competenze digitali, agli approcci gestionali tradizionali, ormai obsoleti, e alla scarsa consapevolezza strategica in merito all’intelligenza artificiale. Quest’ultimo aspetto è il più rilevante. Spesso le PMI non hanno una figura interna dedicata all’innovazione o all’integrazione dell’AI. Questo, inevitabilmente, rallenta la transizione. Ecco la prima sfida da vincere.

Un’altra difficoltà è data dall’assenza di una roadmap chiara per trasformare i processi aziendali. Serve una visione d’insieme per introdurre l’AI senza interrompere la continuità operativa. Sono davvero poche le PMI che possono dire di possedere un simile asset. Eppure, data la velocità con cui la tecnologia dell’intelligenza artificiale sta avanzando, è impensabile non organizzarsi per assorbire l’impatto con la novità e saperlo gestire al meglio.

Resistenze culturali e digital divide

Focalizziamo l’attenzione sulle resistenze culturali dei dipendenti, che rappresentano un altro ostacolo all’integrazione di una AI workforce in azienda. Molti temono che l’intelligenza artificiale possa rendere obsoleta la loro professione o ridurre il loro valore in azienda. Qualcuno potrebbe essere terrorizzato dal rischio che essa possa sostituirlo. Questi timori sono alimentati anche da un digital divide presente e radicato in Italia, soprattutto nelle generazioni meno giovani e nei contesti scarsamente digitalizzati.

La trasformazione deve prevedere un forte investimento in formazione e comunicazione. I dipendenti devono comprendere non solo il come o il quando, ma soprattutto il perché dell’adozione dell’AI. I dirigenti hanno il compito di strategizzare questo processo, nel loro piano di attacco alle sfide interne create dal dirompente avvento dell’intelligenza artificiale.

Falsi miti e timori diffusi

Intorno al concetto di AI workforce ruotano diversi miti da sfatare. Molti sono dovuti alle ragioni che abbiamo appena evidenziato.

L’automazione ha il potenziale di cancellare alcune professioni, ma saprà generarne di nuove. Queste potrebbero essere più qualificate – e dunque meglio retribuite – oltre che meno logoranti. Un altro mito comune, ma errato, è che l’AI sia una tecnologia esclusivamente per grandi aziende. Anche le PMI possono – e devono! – adottare soluzioni all’avanguardia, leve essenziali per crescere in maniera organica e sostenibile. Naturalmente, considerando un impatto proporzionato alle loro dimensioni. Educare il personale alla verità sull’intelligenza artificiale è utile, al fine di superare timori poco fondati e abbracciare il cambiamento.

AI workforce: disegno di una testa con tante sfere al suo interno
Una AI workforce che funzioni deve evitare di vedere l’intelligenza artificiale come un avversario e approfittare dei vantaggi che tale tecnologia può offrire

Strategie per creare una AI workforce

Preparare una AI workforce può apparire complesso, ma con la giusta strategia diventa un obiettivo alla portata di ogni realtà. È importante lavorare su tre piani: competenze, mentalità e strumenti.

  • Per quanto riguarda le competenze, è fondamentale attivare programmi di formazione continua. Questi possono essere brevi e modulari, non occorrono certo corsi intensivi e interminabili. Le tematiche principali potrebbero essere data literacy, prompt engineering, etica dell’AI e, naturalmente, automazione.
  • La mentalità richiede un approccio aperto all’innovazione. Bisogna insegnare al lavoratore che commettere un errore, servendosi di una nuova tecnologia, significa apprendere. Naturalmente, il dirigente e/o il superiore devono essere sulla stessa lunghezza d’onda o avranno anch’essi necessità di essere formati adeguatamente.
  • Gli strumenti devono essere accessibili. La loro progettazione va cambiata. Nell’era dell’AI è necessario che siano in grado di integrare il lavoro umano, non di sostituirlo. Le PMI dovrebbero adottare una strategia per step. Possono partire dal lancio di piccoli progetti pilota, proseguire con un’analisi dei risultati e, solo alla fine, raggiungere la scalabilità controllata, grazie alla completa integrazione con l’intelligenza artificiale.

Come misurare la AI readiness di un’organizzazione

Il termine AI readiness misura il livello di preparazione di un’azienda ad adottare, e utilizzare con successo, le tecnologie di intelligenza artificiale. Valutare questa dimensione è indispensabile. Non farlo significa bruciare le tappe o, peggio, investire in strumenti che non si sanno gestire. Tra gli indicatori principali di questa prontezza troviamo:

  • la presenza di leadership digitale, ovvero di persone che sappiano gestire e formare sulle nuove tecnologie;
  • il grado di alfabetizzazione tecnologica del personale, nella sua totalità. Chiunque deve essere in grado di implementare un certo bagaglio tecnico nella propria quotidianità professionale;
  • la disponibilità di dati strutturati sui quali basare analisi e proiezioni;
  • la cultura dell’innovazione. L’azienda deve annoverare tra i suoi valori la voglia di migliorare sempre, sostenendo la crescita con gli strumenti che la tecnologia le mette oggi a disposizione;
  • la capacità di porre assieme team cross-funzionali, con professionisti che riescano a coprire l’uno le carenze dell’altro, o dell’altra.

Principali indicatori di maturità digitale

Tra gli indicatori che una PMI, o azienda maggiormente strutturata, dovrebbero tenere in considerazione abbiamo l’utilizzo di strumenti cloud, la capacità di analisi dei dati, la flessibilità organizzativa, il livello di automazione dei processi e l’adozione di pratiche agili. Una realtà con alta maturità digitale sarà più pronta non solo a integrare l’AI, ma anche a valorizzarla strategicamente. Ciò migliorerà valori non trascurabili, dal time to market alla customer experience, fino alla capacità decisionale.

Le potenzialità dell’intelligenza artificiale sono incalcolabili. Prima un’azienda acquisirà la maturità di integrarle e gestirle, prima potrà coglierne i frutti.

Benchmark settoriali da tenere in considerazione nel reclutamento di una AI workforce

Ogni settore ha, o giungerà presto ad avere, un proprio livello di adozione e possibile integrazione dell’intelligenza artificiale. Le aziende manifatturiere, per esempio, avranno maggiormente bisogno di valorizzare l’utilizzo di robotica e manutenzione predittiva. Il retail, invece, lavora sull’analisi comportamentale e la personalizzazione del prodotto, al fine di attirare quanti più acquirenti possibile. Le PMI italiane possono trarre spunto da questi benchmark per capire quali aspetti della AI workforce applicare alle proprie esigenze.

Studiare i casi più significativi del proprio settore permette di evitare errori, orientarsi meglio tra le tecnologie disponibili e comprendere dove investire con maggiore forza. L’osservazione del giusto benchmark è un asset aziendale rilevante.

Convivenza tra uomo e macchina, non sostituzione

Come abbiamo già accennato, nelle righe precedenti, e qui ribadiamo, nel futuro dell’AI non vi è la sostituzione dell’uomo con una macchina che ne copi le mansioni. Una AI workforce competitiva deve creare un modello di convivenza. L’intelligenza artificiale può potenziare il lavoro umano. Tale tecnologia libera tempo da attività ripetitive e offre insight più rapidi e accurati. Sono però ancora le persone a dare senso, etica e direzione all’innovazione e allo sviluppo. Questo aspetto non è in discussione e difficilmente cambierà, nell’immediato futuro.

Formando un team a collaborare con l’AI significa dargli modo di coltivare soft skill quali pensiero critico, empatia, comunicazione e gestione del cambiamento. In una AI workforce ben integrata, dove il professionista abbia interiorizzato la condivisione del suo tempo con un software addestrato e potente, dunque più che attrezzato per supportarlo, la tecnologia è un alleato. Si faccia attenzione a non confonderla con un antagonista.

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