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Reshoring e Made in Italy: riportare la produzione in Italia è una scelta strategica

Reshoring: un addetto alla logistica carica un camioncino

Come strategia di risposta alla globalizzazione imperante e al fine di rilanciare l’indotto economico italiano, il tema del reshoring è oggi centrale, nel dibattito economico e industriale del nostro Paese. Le aziende, dopo decenni di delocalizzazione in lidi a basso costo, stanno ora valutando la possibilità di riportare almeno parte della loro produzione in Italia. Questa scelta non riguarda solo i grandi gruppi, ma anche numerose piccole e medie imprese, le quali vedono nel reshoring un’opportunità per rafforzare il made in Italy, migliorare l’efficienza e rispondere a nuove esigenze di mercato.

Cos’è il Reshoring e perché è di attualità

Il processo che chiamiamo reshoring è quello attraverso il quale un’impresa decide di riportare in patria attività produttive precedentemente delocalizzate. Per anni, l’offshoring, che è esattamente il suo contrario, è stato la via preferita per abbattere costi di produzione e competere a livello globale. Al giorno d’oggi, tuttavia, fattori economici, politici e sociali stanno cambiando il quadro. Ciò si deve ad alcuni fattori ben specifici:

  • i costi del lavoro nei Paesi emergenti non sono più così bassi come un tempo;
  • le spese logistiche e doganali sono aumentate, talvolta anche considerevolmente;
  • le tensioni geopolitiche, e i rischi di interruzione della supply chain, emersi in modo evidente durante la pandemia, hanno complicato l’intero quadro;
  • le crisi internazionali spaventano l’imprenditoria.

Anche i consumatori hanno un ruolo importante in questa dinamica. Oggi chiedono infatti prodotti più sostenibili, sicuri e trasparenti. In virtù di ciò, sono disposti a premiare brand che investono nel made in Italy. I governi, dal canto loro, stanno incentivando il ritorno delle produzioni locali. Gli esecutivi premiano spesso, con agevolazioni fiscali e contributi, le imprese che scelgono di restare. Succede tanto in Italia quanto all’estero. In questo scenario, il reshoring non è più soltanto una scelta di orgoglio nazionale. Semmai, diventa una strategia concreta allo scopo di rafforzare la competitività delle PMI.

5 vantaggi strategici del reshoring per le PMI italiane

Occupandoci di quanto avvenga nel nostro Paese, riportare la produzione alle nostre latitudini non significa semplicemente rinunciare a costi più bassi. L’idea è piuttosto quella di adottare un approccio che offra numerosi benefici. Dal controllo della qualità alla sostenibilità, dalla velocità di consegna alla valorizzazione del brand, tutti questi aspetti sono intrinsecamente legati alla rilocalizzazione. Vediamo quali siano i cinque vantaggi chiave del reshoring.

1. Controllo qualità e tracciabilità della filiera

Uno dei principali benefici legati al reshoring è il recupero di un controllo di tipo diretto sulla qualità. Produrre vicino alla sede principale permette all’impresa di monitorare meglio i processi e intervenire tempestivamente in caso di problemi, senza alcuna necessità di spostare fisicamente il proprio personale. Inoltre, la tracciabilità della filiera diventa considerevolmente più trasparente. Questo aspetto è sempre più richiesto, tanto dai consumatori quanto dai regolatori. Ciò aumenta la fiducia verso il brand e riduce i rischi legati alla non conformità di prodotti e/o servizi.

2. Riduzione dei tempi di consegna e maggiore agilità

Grazie al reshoring, le imprese possono ridurre drasticamente i tempi di trasporto. Alla stessa maniera, diminuiscono le complessità logistiche. Produrre in Italia, o comunque nel Paese in cui si ha sede, significa essere più rapidi nel rispondere alla domanda. La prossimità riduce i lead time e concede una gestione più agile di eventuali picchi o variazioni di mercato. Questa flessibilità rappresenta un vantaggio competitivo fondamentale in un contesto caratterizzato da cicli di consumo sempre più brevi. Rende infatti le imprese più elastiche e all’altezza delle sfide economiche.

3. Sostenibilità ambientale e impronta di carbonio

(Ri)portare la produzione in Italia riduce, se non elimina proprio del tutto, la necessità di lunghi trasporti internazionali. Ciò non avrà soltanto i vantaggi economici e in termini di tempo di cui abbiamo appena parlato, bensì abbatterà le emissioni di CO₂ legate all’inquinante indotto della logistica. Rilocalizzare consente l’adozione di standard ambientali più elevati, e generalmente più stringenti, rispetto a quelli dei Paesi terzi. Per le PMI, questo è, innanzitutto, un vantaggio reputazionale. In aggiunta, rappresenta un’opportunità di allinearsi agli obiettivi ESG (ambientali, sociali e di governance) richiesti da partner, investitori e consumatori.

4. Valorizzazione del made in Italy e percezione del brand

Il marchio made in Italy continua a rappresentare un asset di straordinario valore. In queste tre parole si racchiude, per una larga parte dei consumatori a livello mondiale, una garanzia di qualità, stile e tradizione. Tre elementi ricercati da molti. Grazie al reshoring, le imprese riescono a rafforzare ulteriormente questa percezione, comunicando, in modo chiaro, la provenienza dei propri prodotti. Ciò genera maggiore fiducia e disponibilità. Chi è attento alle merci per le quali si priva di denaro non ha problemi a pagare un premium price, specialmente sui mercati esteri, in cambio di una certezza in termini di stile e qualità.

5. Incentivi governativi e supporto alla produzione locale

Recentemente, istituzioni nazionali ed europee hanno messo a disposizione bandi e agevolazioni fiscali per favorire il ritorno delle produzioni in patria. Il reshoring è stimolato e sostenuto da contributi che aiutano le PMI a coprire, almeno una parte, degli investimenti iniziali necessari. Molte regioni italiane stanno sviluppando poli produttivi e distretti tecnologici appositi, allo scopo di facilitare il reinserimento delle aziende nella filiera locale. Tanto a livello locale quanto nazionale e sovranazionale si tenta di favorire e agevolare chiunque scelga di riavvicinarsi professionalmente alla propria terra, rilanciandone prospettive e opportunità.

FattoreReshoring (produzione in Italia)Offshoring (produzione all’estero)
Costo della manodoperaPiù alto, ma stabile e regolamentato.Più basso, ma in crescita e meno prevedibile.
Tempi di consegnaRapidi, filiera corta.Lunghi, dipendono da logistica e dogane. Sono suscettibili a ritardi.
Qualità e tracciabilitàElevata, controlli diretti e certificazioni rigorose.Variabile, minore controllo diretto.
SostenibilitàMinore impatto ambientale e trasporti ridotti,Maggior impatto ambientale dovuto alle catene di logistica globale.
Immagine del brandRafforzata dal made in Italy,Più debole perché percepita come standardizzata.
IncentiviInterssanti, esistono agevolazioni governative.Nessun supporto, possibilità di dazi e barriere.

In tabella, è possibile mettere a confronto le principali differnze tra reshoring e offshoring.

Come una PMI può valutare un’operazione di reshoring

Decidere di intraprendere un percorso di reshoring richiede un’analisi attenta, basata su dati e obiettivi chiari. Per fornire a chiunque sia interessato un esempio di come sia bene procedere, abbiamo prodotto una checklist che può rilevarsi particolarmente utile:

  • analisi dei costi: si parte da qui. È bene valutare non solo il costo della manodopera, bensì anche la logistica, i dazi, gli scarti e le inefficienze;
  • valutazione della supply chain: occorre verificare, in seconda battuta, la disponibilità di fornitori e partner locali in grado di sostenere e supportare la produzione;
  • impatto sul brand. Considerare il reshoring come un rafforzamento della percezione del made in Italy presso i clienti è di fondamentale importanza. Non è detto che questo aspetto abbia la stessa valenza in ogni settore;
  • aspetti normativi e incentivi: informarsi su agevolazioni fiscali, bandi regionali e sostegni governativi disponibili è imprescindibile, perché potrebbe significare un abbassamento rilevante delle spese;
  • capacità produttiva interna: stimare se l’azienda sia in grado di gestire i volumi richiesti senza compromettere la qualità, oppure no;
  • analisi ESG: misurare l’impatto ambientale e sociale della scelta, allineandosi alle richieste di mercato e investitori;
  • piano di comunicazione: pianificare come comunicare al mercato il valore del ritorno in Italia. Generalmente, la decisione sarà accolta positivamente, ma è comunque consigliabile mettere a punto una strategia comunicativa che la ponga ancor più in buona luce.

Seguendo questi passaggi, imprese e PMI possono trasformare il reshoring e renderlo da sfida complessa a leva strategica per il futuro. In questa maniera rafforzeranno la loro competitività, reputazione e sostenibilità.